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Il delitto di accesso abusivo ad un sistema informatico o telematico è previsto dal codice penale all’art. 615 ter, e a livello sistematico figura tra i reati contro l’inviolabilità del domicilio. La ratio di tale collocazione risiede nella volontà del legislatore di tutelare la libertà personale dei cittadini, quindi la loro vita privata, da ingerenze abusive e illecite altrui, non solo nell’ambito del domicilio “fisico” (l’abitazione), ma anche in quello “virtuale”, rappresentato dai numerosi dispositivi che al giorno d’oggi fanno parte della quotidianità di ciascuno e che raccolgono infinite informazioni e dati afferenti alla propria sfera personale.

ART. 615 TER C.P.

Più in particolare, la norma di cui all’art. 615 ter c.p., al comma primo, sanziona chiunque in modo abusivo e dunque illecito, acceda in un sistema informatico o telematico protetto da sistemi di sicurezza, ovvero vi si trattenga contro la volontà contro la volontà di coloro i quali hanno il diritto di escluderlo. La pena astrattamente prevista è della reclusione fino ad un massimo di tre anni.

Il comma secondo e terzo prevedono una serie di ipotesi aggravate, che pertanto comportano diversi aumenti di pena:

  • Fatto commesso da un pubblico ufficiale o da un incaricato di pubblico servizio con abuso di poteri e con violazione dei doveri inerenti alla propria funzione o servizio;
  • Fatto commesso mediante violenza sulle cose o nei confronti di persone, ovvero da soggetto evidentemente armato;
  • Fatto dal quale deriva la distruzione o il danneggiamento del sistema, ovvero l’interruzione del suo funzionamento o ancora la perdita o il danneggiamento dei dati in esso archiviati;
  • Fatto commesso ai danni di un sistema informatico o telematico di interesse militare ovvero di interesse pubblico;

ACCESSO ABUSIVO ALL’ACCOUNT PERSONALE DI FACEBOOK – COSA DICE LA GIURISPRUDENZA

Un’ipotesi particolare di accesso abusivo a sistema informatico di cui a più riprese si è dovuta occupare la giurisprudenza sia di merito che di legittimità, in quanto sovente si verifica nella realtà quotidiana, è rappresentata dall’accesso abusivo all’account personale di Facebook altrui. La Suprema Corte, con una recente sentenza, ha statuito quanto segue:

“Commette il reato di accesso abusivo a sistema informatico colui il quale, pur avendo ricevuto legittimamente la password, accede nella pagina Facebook della propria moglie al fine di ottenere un risultato in contrasto con la volontà del titolare. In tale caso, invero, si è in presenza di una forzatura dei limiti dell’autorizzazione concessa dal titolare del domicilio informatico da parte del soggetto autorizzato ad accedervi.”

(Cass. sez. V penale, 2 ottobre 2018 – 22 gennaio 2019, n. 290)

Attraverso tale pronuncia la S.C. ha sancito la regola in base alla quale anche qualora il soggetto attivo sia a conoscenza delle chiavi di accesso al sistema informatico (nel caso in esame dell’account di Facebook) e ne sia venuto a conoscenza legittimamente, in quanto la password gli è stata comunicata direttamente dal titolare di detto account, con ciò esprimendo quest’ultimo un’autorizzazione implicita all’accesso, se poi l’introduzione nell’account del social network avviene per fini evidentemente in contrasto con la volontà del titolare ed esorbita dall’autorizzazione ricevuta, si configurerà il reato di accesso abusivo ad un sistema informatico, così tutelando, valorizzando ed estendendo al settore informatico e digitale il c.d. ius excludendi alios, cioè il diritto riconosciuto al titolare (in questo caso dell’account del sociale media) di impedire a soggetti terzi di accedere al proprio account per fini diversi da quelli legati all’autorizzazione previamente conferita.

Nel caso preso in esame la condotta del reo era consistita in primis nell’introdursi nell’account di Facebook della ex moglie al fine di effettuare lo screenshot di alcune chat comprovanti l’infedeltà di quest’ultima e secondariamente nel modificare la password al fine di impedirle l’accesso.

 

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