Il reato di diffamazione è disciplinato dall’art. 595 c.p. che punisce “chiunque, fuori dei casi indicati nell’art. precedente [n.d.r. la condotta di ingiuria], comunicando con più persone, offende l’altrui reputazione”. La sostanziale differenza con la condotta di ingiuria – reato depenalizzato nel 2016 e “retrocesso” ad illecito civile – richiamata dalla norma è costituita dalla presenza/assenza della persona offesa: se questa assiste fisicamente ad un’offesa che la riguarda non potrà mai integrarsi una condotta diffamatoria, ma solo quella di ingiuria, con la conseguenza che si potrà quindi adire solo il giudice civile per la richiesta dei danni; al contrario, se un soggetto “diffama” in assenza del destinatario ma alla presenza, si badi bene, di più persone (non essendo sufficiente che ci si rivolga ad un singolo interlocutore) il presupposto principale dell’art. 595 c.p. è fatto salvo.

Il legislatore ha concesso al “diffamato” una duplice possibilità di agire: egli può sporgere denuncia-querela e mettere così in moto un procedimento penale, all’interno del quale potrà costituirsi poi parte civile per ottenere il risarcimento dei danni patiti oppure, per la medesima finalità, potrà citare in sede civile il diffamatore. In quest’ultima ipotesi, nel caso in cui la diffamazione sia aggravata dal mezzo della stampa o da altro mezzo di pubblicità, il D.lgs. 28/2010 ha previsto l’obbligo del procedimento di mediazione, vera e propria condizione di procedibilità per adire l’autorità giudiziaria: solo in caso di un mancato accordo in questa sede (rigorosamente verbalizzato) si potrà procedere andando davanti al giudice. La valutazione su quale delle due strade valga la pena percorrere sarà quindi demandata al legale, che dovrà effettuare un’analisi su ogni profilo del caso concreto.

L’obbligo di procedere con la mediazione nell’ipotesi di diffamazione aggravata dal mezzo della stampa o da altro mezzo di pubblicità è stata ben ponderata dal legislatore: tale aggravante ricomprende anche l’uso dei social network, assoluti attori protagonisti dei giorni nostri. Oltretutto, per chi offende su Facebook è prevista la pena più alta dell’intera norma visto che il terzo comma stabilisce la reclusione da sei mesi a tre anni o una multa non inferiore a 516 Euro. È quindi chiaro che il legislatore abbia fatto di tutto per favorire la conciliazione stragiudiziale tra i soggetti coinvolti nelle diffamazioni oggi più diffuse e – se si pensa alla vasta platea di ascoltatori (o, sarebbe meglio dire, di “followers”) che possono raggiungere i mezzi dei nostri tempi – più dannose.